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Gli uomini, sin dalla notte dei tempi, si interrogano su questioni esistenziali quali il senso della vita e dell’inevitabile suo termine. In ogni epoca letterati, pensatori, pittori hanno prestato il proprio contributo pur nella diversità di vedute e culture. Dar anche solo cenno dei loro pensieri sarebbe inimmaginabile.

La filosofia in modo particolare si presta ad offrire conforto e consolazione nell’ultimo istante della vita terrena sia a chi si appresta a lasciarla che a quanti lo accompagnano in questo momento. Già nella filosofia classica Platone, e prima di lui Socrate suo maestro, affrontano il problema della morte e la concepiscono come nuova vita dell’anima individuale, un nuovo ciclo vitale se si accetta l’idea dell’immortalità dell’anima e della possibilità della reincarnazione.

Eraclito ipotizza la possibilità di un’immortalità impersonale, come dissoluzione del singolo nella vita dell’universo. Al concetto biblico che indica la morte come pena per il peccato originale, si aggiunge poi nel Cristianesimo, l’idea della morte come momento di separazione dal corpo dall’anima e l’inizio della vita eterna.

La maggior parte delle concezioni alternano la paura del non conoscere cosa ci sarà dopo e la convinzione di una vita oltre. La vita e la morte sono aspetti naturali che come tali vanno vissuti. E nella natura la morte, in realtà, non esiste se non come forma di passaggio. La morte è l'anticamera di una nuova vita.

Vita e morte fanno parte di un continuo processo di trasformazione. E’ significativo in questo senso che anche un filosofo per antonomasia pessimista come Schopenauer nel suo “Die Welt” paragoni la morte al tramonto del sole che è insieme il levarsi del sole in un altro posto …